sabato 29 ottobre 2011

Una tardiva chiamata alle armi

Dannati!
Riposi la spada tanto tempo fa, ma è ora di levar la polvere dall'elsa e saziare la lama con il sangue di mille pixel virtuali!
Non volevo questa guerra, ma la tolleranza è davvero la maschera dell'odio!
Ma ai Captcha venderò cara la pelle!
Non morirò sotto le parole sconnesse che mi lanceranno come frecce!
Le loro lame fatte di vocali e i loro consonantici non scalfiranno la mia armatura!
Che Cerex mi sia testimone, non sarò di certo io a ritirarmi!
E con questo post, composto in gran parte da punti esclamativi, offro la mia lealtà all'Hombre.
Che se loro hanno dalla loro parte il cavaliere errante Kisciotte,  io, in virtù della mia follia, volentieri mi nominerò barone.

La Carta di Münchhausen.



P.s.: 
Ora attendo lei, Kisciotte, e la sua Sindrome di Tourette nella zona commenti.
Ho già sellato il mio cavallo senza testa ( perché di riattaccarla non sono stato capace, io con ago e filo faccio schifo) e preparato una palla di cannone, in caso necessitassi di una via di fuga rapida.

martedì 25 ottobre 2011

Merda

Viviamo nella società del commento mediocre.
Schifiamo poco ed esaltiamo ogni cosa, sicché o uno è un fottuto genio o è bravo ma non si applica, ha uno stile chiuso e per pochi, non ha ancora trovato la sua strada.
Se dobbiamo dire qualcosa a qualcuno, abbiamo tanti modi per NON farlo.

Dio, quanto odio le frasi fatte.

- Sì, ma in fondo siamo tutti buoni.
Dillo a Hitler.


Che tenerone!

- Dai, basta impegnarsi.
Ok, andiamo nel reparto di oncologia e incitiamo gli ammalati ad usare più forza di volontà, che se non si sforzano, come pretendono di guarire?


Ora stanno davvero esagerando 'sti Pro-Life!

Ho uno zio con il cancro.
Ma non lo ho mai conosciuto, quindi la cosa non mi tocca particolarmente.
Ieri ha avuto una specie di embolo, che gli ha provocato un ictus.
Provo un po' di disprezzo per me stesso e per la mia indifferenza, allo stesso tempo mi chiedo se possa giovargli la visita di uno sconosciuto,  che va a trovarlo solo per aver qualcosa di cui spettegolare con gli altri parenti.

Penso che sia a questo che portino le conversazioni in pilota automatico di cui sopra: a cianciare avidamente di metastasi cerebrali.

Se dobbiamo criticare qualcuno, il massimo che facciamo è dire "A postooo!"
Non si riesce più a dire "Vaffanculo incapace!", "Hai mai pensato ad un'altra carriera?", "Davvero hai frequentato una scuola di recitazione?"
Frasi da stronzo.
Già, però farebbe bene sentirselo dire o dirlo.
Se per caso l'interlocutore avesse la magnanimità di argomentare, l'ascoltatore avrebbe la possibilità di imparare.
O di urlare insulti random su tua madre, il cane del vicino e i sette nani.



La mia professoressa di matematica sembra la Littizzetto, solo che è più pazza.
Un mio amico ( e, per la prima volta nella storia della letteratura, non è un espediente per indicare me stesso) esce con una tizia che, anche lui ammette, assomiglia fisicamente, intellettualmente, psicologicamente alla prof.
Il mio amico si vuol fare una versione ringiovanita della docente di matematica.

Odio le frasi fatte perché al 90% sono vere.
Così, spari la tua minchiata e hai quasi la sicurezza di azzeccarci.
Ma anche se spari bendato in una piazza di Tokio, probabilmente colpisci un giapponese.

Questo post rispetta il suo titolo e non cerca di fare altro.
Niente ambizioni di sorta.
Niente auto-miglioramento.
Niente ricerca della verità.
Solo un modo come un altro per propinarvi "Is there anybody out there?" suonata da me.


mercoledì 19 ottobre 2011

Volevo scrivere un post sulla banalità e son finito a parlar della necrofilia

Inizio una conversazione con una tizia seduta al mio fianco.
Al fine di arrivare al di sotto della di lei cintola.

Sì, sudo.
Grazie di avermelo fatto notare.

- Ciao, come va?

Evviva, evviva, evviva.
Di certo questa donna non attendeva altro che una conversazione banale, una che segue un corso extrascolastico di astronomia, bravo, clap clap

- Bene, e a te?

Conversazione stupida- 1
Discorso argomentato- 0

- Non male, tralasciando la dipendenza da crack...

Ride.
Ok, ok, niente nervosismo.

- Non ti preoccupare: passa al metadone e vedrai...

Cazzo, è capace di umorismo!
Allerta! Allerta! Allerta!
La prossima frase deve essere epica, racchiudere tutta la tua cultura e instaurare nella sua mente l'idea che il tuo pene sia una reincarnazione del leggendario serpente arcobaleno.

- Non credi che tutto ciò sia banale?

IDIOTA!
Questa parte la dovevi pensare non dire a voce alta!!!

- Cosa, l'astronomia o la lezione?

Ehm, ed ora?

- Entrambe, come è banale un uomo che tenta di ostentare cultura e, contemporaneamente, allude alle dimensioni della sua ramazza...

Non so quale delle mie personalità alternative abbia parlato, ma le devo una birra.

- Anch'io odio i cliché, ma sai cosa mi piace?

- Cosa?

Pendo volentieri dalle sue labbra...

- La necrofilia!

- Quindi per rimorchiarti mi devo sparare un colpo in testa?


Morale della favola:
Kurt Cobain mi ha fottuto un'altra donna.

lunedì 17 ottobre 2011

De Spheniscidarum, ovvero "Di tutto ciò che non so"

Non si può affogare così.
Aspettare, aspettare, aspettare, aspettare, aspettare, aspettare, ma assolutamente non agire.
Ora basta.Devo assemblare un computer, ma non so neanche da dove cominciare.
Ma questo non mi fermerà più.
La pausa sigaretta salta, ma non me ne importa.
Anche se scrivere con il contagocce non mi piace, già perdo il filo normalmente, figuriamoci se scrivo a più riprese.
E poi vendono le ciambelle a 80 centesimi...
No! No! No!
Carta concentrati!
Ma le ciambelle, ciambelle, ciambelle, ciambelle, ciambelle, ciambelle, ehi guarda quella che davanzale, ciambelle, oh le è caduta la penna, ciambelle, ciambelle, la raccoglie, mi pare ovvio, taci tu, osserva le sue grazie, ciambelle, se ne va, non male anche dietro, ciambelle, si sembravano due ciambelle, morbide, profumate, ripiene, ciambelle.




STOP!
Anf! Pant! Altre onomatopee che simboleggino una stanchezza psico-fisica! Sgrunt!


Forse avrei dovuto seguirla, invece che rimanere qui a scrivere...
Magari mi offriva una ciambella!

Si parlava di affogare?
Ah no, giusto, di pinguini.
Ebbene, io di pinguini non so un cazzo.
E di molte altre cose, ma di pinguini proprio non so nulla, neppure se alloggiano in igloo subaffittati agli eschimesi, o se invece vivano al Polo Sud leggendo Lovecraft.
Vuoto totale.

Quando ero infante (qualcuno potrebbe dirvi che lo sono tutt'ora, come dargli torto) una zia che non avevo mai visto, ma che mi dissero giungere da quel luogo (tutt'ora) sconosciuto dal nome di "provincia di Torino", mi porto una dozzina di libri di Pingu.
Undici da colorare, uno da leggere.
Non lo avesse mai fatto!
Passai l'estate successiva disperandomi alla ricerca di informazioni riguardanti il colorito del manto di foche, trichechi, orsi polari e, inevitabilmente, pinguini.




I mass media non mi aiutavano.
In particolare, ho sempre avuto un pessimo rapporto con la televisione: a tre anni tentai di usarla come appiglio per la mia scalata del mio personale Everest, la mensola; in risposta, lei decise di franarmi addosso.
Ben presto scoprì che, oltre che del verso del coccodrillo, ai giornali non fregava niente neppure del colore degli animali del Circolo Polare, Artico o Antartico qualsivoglia.
Nello sconforto più totale, stavo per arrendermi, quando a scuola decisero che era tempo che noi imparassimo a leggere.
Così presi il libro di Pingu e lo sfoglia, decifrai pian piano i caratteri, ricomposi parole, frasi, periodi, fino ad ottenere parte delle informazioni che cercavo.
E poi lo rilessi, per capirne la storia.
E ancora, per dargli un senso.
Ed alla fine non mi fermai più, ancora oggi passo da un libro ad un altro, per interesse, per sfizio, scegliendo libri a naso, letteralmente, cercando ancora quel buon profumo di carta stampata che avevano "Le avventure di Pingu".

E da lì, il pinguino trasmutò.
Divenne per me simbolo e incarnazione dell'incompletezza, con quel suo zampettare da ubriaco e la sua incapacità nel volo.


Con qualche eccezione...

Ma l'incompletezza non è ignoranza.
L'ignoranza è l'assenza di desiderio di ragionare ( e quindi capire, realizzare, persino sognare).
Il fatto di esser cosciente di avere un vaso vuoto è ciò che mi spinge a riempirlo.
Di terra, gentilmente offerta da un sistema scolastico che tira un po' la cinghia, e di tanta, tanta, tantissima merda, che ho accuratamente cercato lungo tutto il sentiero della mia vita (e no, ciò non significa che sto scrivendo sotto gli effetti di funghetti, anche se, a dire il vero, non avevo mai notato quante dita abbiano le mie mani. E quante falangi!), nonostante il disgusto di certi o il pudore di altri, ignorando il coro di gran voci che mi diceva che mandavo tutto il lavoro fatto a puttane.
Sono fermo convinto che, se mai i semi della mia cultura germoglieranno, il merito dovrà essere diviso a metà.

Non sono così arrogante da dire che alla scuola non devo nulla.
Ho imparato molte cose, anche se davvero poche facevano parte del mio percorso didattico, almeno credo.
Ho appreso che tutti sbagliano, a nessuno piace essere corretti.
Che i vizi sono considerati tali in gran parte perché sono divertenti.
Che amicizia e amore esistono, sebbene siano stati lobotomizzati e resi più accessibili.
Che iniziare il rapporto con una donna con la frase: "Ti amo e vorrei dei figli da te" può portarlo ad una repentina fine o ad avere una lunga esistenza.
Che odiare un essere umano che dal lunedì al sabato si fa il mazzo per te, è stupido.
Che le fotocopie in aula computer sono gratis.
Che uscire da una classe con un sorriso stampato in faccia dopo aver preso un quattro è possibile, se nelle note a piè pagina trovi scritto "Credo tu sia uscito dalla traccia, ma non ne sono sicura".
Che perdo troppe volte il filo del discorso.
Che mi piace scrivere così.

"Ombrosa non c'è più. Guardando il cielo sgombro, mi domando se sia mai esistita. Quel frastaglio di rami e foglie, biforcazioni, lobi, spumii, minuto e senza fine, e il cielo solo a sprazzi regolari e ritagli, forse c'era solo perché ci passasse mio fratello col suo leggero passo di codibugnolo, era un ricamo fatto sul nulla che assomiglia a questo filo d'inchiostro, come l'ho lasciato correre per pagine, zeppo di cancellature, di rimandi, di sgorbi nervosi, di macchie, di lacune, che a momenti si sgrana in grossi acini chiari, a momenti si infittisce in segni minuscoli come semi puntiformi, ora si ritorce su se stesso, ora si biforca, ora collega grumi di frasi con contorni di foglie o di nuvole, e poi s'intoppa, e poi ripiglia ad attorcigliarsi e corre e corre e si sdipana e avvolge un ultimo grappolo insensato di parole idee sogni ed è finito"

Italo Calvino, Il barone rampante